Fabrizio Bosso: vorrei far cantare il jazz ad Antonio Albanese
Il trombettista torinese in tour a New York: non sopporto i talebani della musica
  Andrea Battistuzzi   08 Settembre 2009, 15:58

Cominciamo smentendo i luoghi comuni: il jazz italiano compete tranquillamente con quello che esce dai leggendari locali americani. Parola di Fabrizio Bosso, star del jazz europeo, in questi giorni negli Stati Uniti con una serie di date tra New York e Boston.
“Fino a qualche anno fa c’era una grande differenza con l’America ma ora non più, da dieci o quindici anni la cultura musicale in Italia è cresciuta moltissimo e oramai i nostri jazzisti sono i migliori d’Europa”, racconta Bosso alla fine di un concerto con Nicola Conte in uno dei locali divenuti di culto a New York negli ultimi anni, l’Highline Ballroom.

“Quello che ammiro qui è la professionalità dei musicisti e il rispetto sconvolgente che hanno per tutti; anche i più grandi restano ad ascoltarti dopo che hanno finito di suonare, chiunque tu sia. Non c’è dubbio che il jazz sia nato qui e che i loro maestri restino degli extraterrestri, a livello di pubblico però da noi funzionano meglio gli italiani che spesso sono pagati molto di più di alcuni gruppi americani che vengono a suonare in Italia”.

Il jazz sembra dunque uscito dalla nicchia degli appassionati ortodossi, dei “duri e puri” dell’improvvisazione che hanno snobbato per anni qualunque contaminazione con la musica popolare. Una filosofia che Bosso invece segue da sempre, affiancando allo studio della tecnica “pura” in conservatorio le collaborazioni con i grandi cantautori italiani, dalla Mannoia a Claudio Baglioni, passando per artisti come Renato Zero e Sergio Cammariere, importando nei propri dischi brani “stranieri”, come le musiche di Morricone inserite in “You’ve changed”, il disco che ne ha consacrato il nome anche a livello internazionale. In Giappone invece, dove la moda del jazz è esplosa da qualche anno, il quintetto fondato da Bosso (e dal sassofonista Daniele Scannapieco) ha venduto 18.000 copie in un mese con “Five for fun”, quasi un record per i musicisti italiani.

“Non sopporto i talebani della musica, quelli che suonano solo un genere senza ascoltare il resto, a me piace che i diversi linguaggi si parlino”. Così nel disco a cui sta lavorando per l’Espresso in questi giorni spera di riuscire a convincere anche il suo amico Antonio Albanese a cantare un brano scritto da Chet Baker.

“Nel mio iPod c’è di tutto, dal jazz fino a Stevie Wonder e Mina, che trovo ancora oggi un’artista incredibile”. “Vado molto a periodi, ultimamente ascolto molta musica brasiliana, in particolare un disco bellissimo di Nana Caymmi che si chiama “Sangre de mi alma”. Tra gli artisti più ascoltati di recente anche Terence Blanchard, noto ai cinefili per aver insegnato a suonare la tromba a Denzel Washington prima delle riprese di “Mo’better blues”.

Trentacinque anni, di cui trenta passati con la tromba tra le dita, Bosso ha suonato con tutti i più grandi del jazz, i mostri sacri come Charlie Haden, Steve Coleman e il leggendario Wynton Marsalis, attorno al quale gira tuttora il Lincoln Center di New York. “Wynton è stato uno dei miei idoli fin da bambino, quando ascoltavo il jazz con mio padre a Torino. Quando sono salito sul palco con lui ero terrorizzato, poi negli ultimi anni abbiamo suonato insieme di nuovo e ogni volta è stata una grande lezione”.
Fabrizio nel Jazz è letteralmente cresciuto e non lo ha mai più abbandonato. “Ho scelto questa musica ancora prima di scoprire la classica, Clifford Brown è stato uno degli artisti che mi ha segnato di più”. I tre dischi obbligatori? “Kind of blue” di Miles Davis, “A love supreme” di Coltrane e “Smoking”, di Chet Baker.

Quando parla dei progetti futuri è difficile tenerne il conto, da Stefano Di Battista, ai prossimi tour internazionali passando per una cover di Michael Jackson che inserirà come omaggio postumo al Re del Pop in uno dei suoi prossimi lavori. Il sogno nel cassetto? Sorride prima di scappare a sentire musica nei locali storici del “village”, “mi piacerebbe fare due note con Stevie Wonder”. Meglio non dirlo ai “puristi” del jazz.








 
 
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