Continua e si fa sempre più acceso il dibattito sulla riforma sanitaria, in particolare attorno alla cosiddetta "opzione pubblica", ovvero un'assicurazione sanitaria alternativa sponsorizzata dal Governo stesso. Per i democratici un'ipotesi di questo genere "non è morta", come ha detto il leader di maggioranza al Senato Richard Durbin, e si farà di tutto per inserla nel piano di riforma sanitaria, tuttavia il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha cercato di smussare gli angoli, spiegando che l'opzione pubblica è solo uno degli scenari possibili.
Oltre all'opposizione repubblicana e alle perplessità mostrate in seno al suo stesso partito, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ora un problema in più: per diventare legge ha bisogno di 60 voti e i democratici potevano fino al mese scorso contare sulla maggioranza blindata, mentre ora, in seguito alla morte di Ted Kennedy avvenuta il 25 agosto, possono contare solamente su 59 seggi.
Se i repubblicani non hanno lesinato critiche e dichiarato apertamente la loro opposizione a un piano d'assicurazione pubblico, va crescendo il malcontento anche tra i democratici, come spiega il senatore repubblicano del Texas John Cornyn: "Obama ha almeno tredici senatori democratici che sono in disaccordo con lui sull'opzione pubblica", contestata anche dalle compagnie d'assicurazione che temono una "competizione sleale da parte del Governo".
In tutto questo, Gibbs ha cercato di smorzare i toni della polemica. Il portavoce della Casa Bianca ha commentato che, nonostante Obama sostenga l'opzione pubblica, sarebbe comunque pronto a firmare una riforma senza di essa, purché sia centrato l'obiettivo fondamentale della riforma, ovvero garantire una copertura sanitaria per coloro che non ne hanno una (secondo le stime, circa 45 milioni di americani). Ad ogni modo, ha puntualizzato Gibbs, "ciò che è più importante è la possibilità di scegliere e la competizione".
Anche Kent Conrad, senatore democratico del North Dakota e fra i principali fautori dei negoziati sulla riforma, ha dato la sua opinione. "Non credo che Obama si arrenderà", ha spiegato durante il talk show domenicale "Fox News Sunday". Dal canto suo Howard Dean, ex segretario del partito Democratico, ha fatto presente che ci sarebbe un'altra possibilità, ovvero la cosiddetta "riconciliazione", ovvero un iter legislativo controversa che consentirebbe al Senato di approvare il piano di riforma solamente con 51 voti. "Al massimo potremmo ottenere il voto di tre repubblicani al Senato, ma di nessuno alla Camera", ha specificato Dean.






